Sulle tracce di don Giovanni insieme a Davide Rondoni

Il bacio di Siviglia

Il bacio di Siviglia

Con Il bacio di Siviglia, Davide Rondoni firma il primo romanzo della collana Vite esagerate, di cui è anche curatore. Tredici romanzi che raccontano le esistenze straordinarie di uomini e donne che hanno vissuto grandi avventure per amore di Dio.
Il romanzo di Rondoni ci mette sulle tracce di Miguel Mañara, l’uomo che fu don Giovanni. Una storia ricca di colpi di scena, di una umanità profonda e appassionata, attraversata dal dramma di sempre: cosa è amare?
In esclusiva per i nostri lettori, il primo capitolo del libro.

IL BACIO DI SIVIGLIA
Miguel Mañara, l’uomo che fu don Giovanni

Il teatro alla Scala, le luci sulla piazza. E il suo senso di disgusto. La punta di amaro che conosce bene.
Il palazzotto chiaro risulta squadrato e modesto rispetto ad altri grandi palazzi sulla stessa piazza e nei paraggi. È illuminato. Gabriele lo fissa. Sa, o meglio immagina, che il suo fascino sta dentro, nel vuoto che è al tempo stesso pieno del teatro, nelle poltrone rosse, nel sipario. Ma lo inquieta il fatto che “il tempio della musica”, come trova scritto spesso, sia quella cosa lì. Un palazzotto grazioso, ok, ma nulla di più.
I suoi pensieri in quella sera vagano come i turisti sulla piazza, con la faccia inespressiva. La punta di disgusto che gli tocca la mente o il cuore li rende ancora più imprecisi e vaghi. Svogliati. Chissà se ha fatto bene a invitare Linda. Ha immaginato che questo potesse essere un buon modo per farle un regalo. Lei compie trentun anni, uno in più di lui.
Si sente ancora un ragazzo. E li chiamano così lui e i suoi amici: ragazzi.
Non ha mai assistito a un’opera lirica. Non è roba per lui quel genere di musica. Lui va avanti a rap e ogni tanto qualcosa di rock. Ultimamente ci sono dei gruppi svedesi e di paesi nordici che gli paiono forti. Ma a Linda, che non ascolta musica svedese, a lei forse una serata all’opera andava. Ha studiato pianoforte, e gli ha raccontato con una certa emozione che suo padre da ragazzina l’aveva portata in quel teatro “mitico”. Lo aveva sussurrato. Gli era parsa davvero emozionata. Non è sicuro, lui in quel momento stava per sputare un nocciolo d’oliva durante un party in un bar discoteca del centro e sì, gli era parso che una lacrima brillasse negli occhi della ragazza mentre parlava di padri e pianoforti. Con lei ci stava uscendo da un paio di mesi, forse era un po’ brillo. Comunque, dopo averla sentita parlare di una zia che suonava il piano e che tutti i pomeriggi veniva a suonare con lei, aveva deciso di fare ciò che non aveva mai fatto. Invitare una donna alla Scala.
Aveva guardato cosa c’era in programma il giorno di primavera in cui cadeva il compleanno di Linda e aveva comprato due buoni biglietti. In una “ottima posizione”, aveva detto il tizio che glieli aveva venduti con la faccia di uno che ti ha appena fregato un sacco di soldi. Le conosce, quelle facce. Sono il suo lavoro. Ed eccolo, dunque, davanti al palazzotto chiaro.
– Ci vediamo lì, – ha detto lei al telefono durante la pausa pranzo.
Linda ha preso a telefonargli ogni giorno, durante la pausa pranzo. Si sono conosciuti per motivi di lavoro. Entrambi dipendenti di una grande banca. Ma lei doveva essere in carriera, ufficio legale o cose del genere. Mentre lui se ne andava in giro a cercare soldi dalla gente per investire in prodotti finanziari di “sicuro rendimento”, come diceva sempre, con la stessa espressione del tizio che gli ha venduto i biglietti.
La sua specialità è un’altra. Linda non lo sa. Lei è così delicata. Ama la musica classica, il pianoforte, si commuove per la zia. Porta pure felpe con gli orsetti la notte, sul divano con lui, mentre guardano la tv. E non sa, molto meglio che non sappia, che lui è un collezionista di donne.
Quel pomeriggio, prima di prepararsi per uscire con lei, Gabriele ha invitato nel monolocale dove vive una sua collega. Non ha fatto in tempo a stappare la seconda birra che erano già sul letto. Esattamente, non sa spiegarsi perché le ragazze e anche le donne più grandi si sentano così attratte da lui. Gli basta poco. Le cerca un po’, sa che vogliono essere corteggiate. Qualche uscita, un regalo, e loro ci stanno. A volte, non fa nemmeno in tempo a corteggiarle che se le trova già spettinate nel letto. In genere i problemi iniziano dopo. Si fanno pesanti, insoddisfatte. E alcune pressanti. Allora lui si sfila. Senza troppe chiacchiere. Ha imparato presto due cose: 1) le ragazze vogliono darsi, possibilmente a qualcuno che le faccia sentire regine; 2) il viso delle ragazze, quando le molli, non puoi fissarlo più di tre secondi.
Ne ha conosciute di vario tipo. Una volta un amico, con un’espressione indecifrabile e la cravatta slacciata, gli aveva soffiato in viso, con il fumo di sigaretta: – Ognuna è come una partita di calcio, o di basket. O una corrida… Ognuna diversa, nessuna te la puoi giocare due volte. – Poi aveva riso, tirando indietro le braccia come ali rattrappite nello smoking sullo schienale del divanetto basso, seduto di fronte a lui. Anche Gabriele aveva riso, ma non aveva capito bene. Una partita, ogni volta diversa. Ok, questo sì
i certo Gemma con le sue sfuriate potenti e inebrianti non era come Monica, con i suoi dentini sottili e desiderosi, con le mani veloci come una ricamatrice. Entrambe gli sono piaciute per qualche settimana, forse nelle stesse settimane, ora non ricorda bene, ed entrambe lo lasciavano stordito verso l’alba quando se ne uscivano dal suo monolocale, fuggendo chissà dove, chissà da chi, chissenefrega… Ma: «Non giocare due volte la partita». Cosa voleva dire esattamente il suo amico?
I pensieri in piazza della Scala sciamano, come i turisti con la faccia in su, con quell’espressione a metà tra lo stanco, il leggermente interessato e l’annoiato.
Gabriele ha conosciuto Linda a un ricevimento della banca offerto per un importante ospite arabo. Per fare bella figura, l’Ufficio Relazioni Interne dell’Istituto aveva diramato l’invito a tutti i quadri e i dirigenti: una festa in un bel locale del centro. C’era pure un giardino. Lui l’aveva adocchiata lì… Il resto si era svolto più o meno come al solito. Pure lei non aveva fatto tante moine prima di finire a letto con lui. Ma era successo che, mentre si stavano spogliando, lui, nel silenzio impacciato con cui si stavano accostando – lei non era una che beveva e i silenzi dunque si sentivano –, aveva detto: – Che belle mani… Mani, mani da… – ma non aveva saputo continuare, restando nudo e sospeso con il polso di lei sollevato con le dita, tra la luce bianca e l’ombra, come una coppia ritratta in una lapide chiara, in piedi vicino al letto. Linda, immobile, aveva aggiunto: – Da pianista.
Ed eccolo dunque, un po’ stanco ma ben profumato ed elegante con un tocco casual in attesa davanti al palazzotto. In realtà, quelle telefonate tutti i giorni all’ora della pausa pranzo hanno iniziato a infastidirlo. Spesso va in palestra a quell’ora. O da amici o si trova con un’amica. E avere Linda che lo chiama cinque, sei volte se non lo trova, inizia a essere un fastidio. Conosce esattamente, come un chimico o un cuoco sanno riconoscere certe sostanze con un’occhiata al microscopio o un tocco sulla punta della lingua, il sentore di nausea che segnala il declino della passione per una donna. Inconfondibile. Eccola che arriva, fine, splendente.
In cartellone il Don Giovanni di Mozart.

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