Intervista a Roberto Mordacci, autore di L’etica è per le persone

Roberto Mordacci, preside della Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e docente di Filosofia morale e Filosofia della storia, ha da poco pubblicato con le Edizioni San Paolo un saggio dal titolo L’etica è per le persone del quale vi abbiamo offerto un assaggio qualche settimana fa. Oggi vi proponiamo un’intervista che ci permette di approfondire meglio i temi del libro.

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Pag. 208 – € 14,50

San Paolo Store: Nel libro lei afferma che la morale non è affatto un porto sicuro in cui rifugiarsi, bensì un invito al salto, al mettersi in discussione per raggiungere la pienezza della vita. Se così è, perché oggi la morale sembra essere diventata un comodo paravento dietro cui rifugiarsi, o meglio – come scrive lei – “una scusa per non pensare, per obbedire a un comando o per confondersi nel conformismo di una tradizione o di una moda”?

Roberto Mordacci: Storicamente, la riflessione morale nasce precisamente come critica dei costumi tradizionali e come attivazione di un atteggiamento riflessivo e razionale, che non si limita ad applicare precetti o a realizzare ideologie. Così, per esempio, fu per Socrate. Ma, nel lungo periodo, si produce quasi sempre un passaggio dalla riflessione critica, vicina all’immediatezza della vita, all’elaborazione di norme e infine di codici di comportamento che ci si aspetta vengano praticati senza pensare troppo. È un’evoluzione naturale del pensiero: dalla vitalità della messa in questione alla formazione di dottrine e canoni definiti e rigidi. Non c’è niente di male nella stabilità delle convinzioni morali di una cultura o di un individuo, ma questo non deve mai separarsi del tutto dall’interrogazione viva, dalla partecipazione autentica alle sfide concrete dell’esistenza. Nei periodi come questo, in cui le morali “istituzionali” sono in crisi, si hanno due fenomeni paradossali: da un lato, un diffuso scetticismo e relativismo, che però è una rinuncia a domandarsi davvero che cosa sia giusto e buono; dall’altro, un’adesione soltanto reattiva a tradizioni e ideologie, senza raccogliere realmente la sfida del pensiero e dell’azione. Sono entrambi atteggiamenti di comodo e per questo sono inautentici e non all’altezza delle nostre capacità di agenti riflessivi. Ci vuole un sincero impegno personale per resistere a questo duplice “conformismo” e il nostro tempo ne avrebbe molto bisogno.

SPS: La morale, uso parole sue, “inizia dal sentimento ma è la sua critica interna, la sua pedagogia, il suo allenamento”. La morale quindi rappresenterebbe “un’interpretazione” e “anche un vaglio critico” di tutto ciò in cui noi ci imbattiamo quotidianamente e che in qualche modo ci procura una sollecitazione emotiva. Le chiedo quindi, come è possibile educare ed educarsi a questo tipo di morale in tempi in cui il costume dominante è molto più vicino al verso di una canzone pop di qualche anno fa – “Quando c’è sentimento non c’è mai pentimento” – che a un’etica del sacrificio e dell’autodisciplina?

RM: Questa opposizione di sentimento e critica è proprio il punto dolente del mondo contemporaneo. I sentimenti, le emozioni, i desideri e le passioni sono la sostanza pulsante della nostra vita personale. L’errore è di criticarli aprioristicamente come qualcosa di negativo o di “carnale” in se stessi. Invece, è l’incapacità di viverli ciò che genera la sofferenza e il vizio. La regola della vita emotiva è nella riflessività interna a ogni sentire. Potremmo dire che la ragion pratica non è altro che desiderio critico. Perché il desiderio non è male. Lo è la sua cancellazione come la sua esaltazione acritica. Ed è qui che interviene il pensiero, nella forma di una valutazione interna al desiderio, di una critica che mira a preservare proprio la vitalità e la bontà del nostro essere sensibili e umani. La razionalità non deve essere pensata come un giudice esterno al desiderio. Se è questo, è una pessima cosa. È invece la consapevolezza della regola interna del sentire e del desiderare: è la capacità riflessiva di vivere bene, che solo gli umani hanno e che consente di creare buone relazioni, buone società e buone storie da vivere. L’apologia acritica del sentimento è soltanto l’altra faccia di una concezione astratta e disincarnata del pensiero e della ragione, come se si trattasse di imporre una camicia di forza al corpo, quando invece questo deve solo imparare a crescere in modo armonico e fiorente.

SPS: Quando nel libro parla – riferendosi a Hume – dell’empatia, cita fugacemente due romanzieri come Raymond Chandler e Dashiell Hammett: noi siamo capaci di apprezzare la narrativa noir perché siamo in grado di “intuire”, di sentire le sensazioni del carnefice pur non approvandole.
P.K. Dick, un altro scrittore di genere poi assurto nell’empireo dei grandi, in uno dei suoi romanzi più famosi Do Androids dream of Electric Sheep? immaginò un test (il Voigt-Kampff, probabilmente ispirato dal test di Turing) che aveva lo scopo di riuscire a distinguere gli androidi dagli umani, il cui discrimine era la capacità di provare empatia. Un androide – quindi una macchina – in grado di provare empatia sarebbe stata identica a un uomo. Le domando quindi, l’empatia è condizione necessaria e sufficiente per una morale o serve anche altro?

RM:L’empatia è una condizione necessaria per una morale in senso pieno, ma non è sufficiente. La partecipazione al vissuto altrui è ovviamente una precondizione di relazioni sane ed espressive di un autentico rispetto, ma se ci si limita al contagio emotivo si perde proprio quella capacità di elaborazione del sentimento che è l’essenza della dignità umana. Coltivare l’empatia significa saperla collegare alla riflessione razionale, purché questo non avvenga in modo non meccanico, cioè, per esempio, per via di rigide applicazioni di principi o di regole. La flessibilità critica, il pensiero vivo è proprio ciò che è molto improbabile possa trovarsi in un androide, per quanto sofisticato: imparare a sentire pensando e ad agire sentendo è una cosa complessa, che implica un corpo che respira e sanguina, un animo turbato e in cerca di autenticità, un pensiero non staccato dall’esperienza. Se un androide sapesse fare questo sarebbe un uomo, ma credo che potrebbe accadere solo se avesse un corpo interamente umano, una mente interamente umana e un cuore interamente umano, incluse quelle oscurità che la letteratura noir conosce così bene.

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