Una storia d’amore, una storia vera. “La buona battaglia” di Susanna Bo

Pag. 192 - € 14,50

Pag. 192 – € 14,50

Lui è l’ateo, veste alla moda, frequenta le discoteche, e non si capisce bene cosa ci faccia in una comunità religiosa. Lei è la brava ragazza di chiesa, tutta studio, casa e tranquillità. Ma l’amore segue vie misteriose e Luigi e Susanna si innamorano, si sposano e danno alla luce due bambine. Luigi però si ammala, il suo corpo lentamente si spegne, ma – come recita il sottotitolo – le grandi acque non possono spegnere l’amore.

La buona battaglia (Edizioni San Paolo) è una storia vera, è la storia di Susanna Bo e di Luigi che le ripeteva spesso che aveva talento nella scrittura, ma lei replicava: «Uno scrittore è una persona che scrive perché ha qualcosa da dire. Altrimenti è solo un tizio che scrive per dire qualcosa». Ora qualcosa da dire ce l’ha.
Ecco un capitolo in esclusiva per i nostri lettori.

E DILLO CHE MI AMI, DILLO!

Che conquistarti sarebbe stato come scalare una montagna, dopo quella visita a casa tua, ormai l’avevo capito. Che poi, a tale scopo, mi sarei trovata di lì a poche settimane a inerpicarmi fisicamente su una delle Tre Cime di Lavaredo, quello è un altro discorso.
Teresa, che doveva essere vittima di quell’inspiegabile senso di colpa che ti viene quando tu hai un ragazzo e la tua migliore amica no, cercò subito di crearmi l’occasione per rivederti. L’estate era arrivata con un certo anticipo e faceva già molto caldo quando, a metà giugno, decidemmo di andare alla Festa delle Ciliegie. Ormai tutti i miei amici sapevano dell’insana passione che nutrivo nei tuoi confronti e così si organizzarono fra loro con le auto, escludendomi e costringendomi perciò a chiederti un passaggio. Arrivasti puntualissimo all’appuntamento sotto casa mia e, nonostante i miei ripetuti cambi d’abito, quando vidi arrivare la tua macchina mi sentii come Cenerentola prima della cura. Non mi stavano bene quei pantaloni a quadretti e nemmeno quella canottiera gialla, ma non facevo più in tempo a cambiarmi. Tu invece eri perfetto, come sempre: ti vestivi con quella finta trascuratezza che poi, da maschio sposato, si sarebbe trasformata in trascuratezza e basta. Perché gli uomini sono così: dopo il matrimonio si lasciano andare. La tua macchina, invece, era un esempio di ordine e sobrietà, eccezion fatta per l’autoradio che assomigliava vagamente a un’astronave. Diedi un’occhiata alle cassette ed ebbi la conferma che avevi gusti musicali abbastanza variegati, dai famosi Blur di cui avevo ignorato l’esistenza fino al giorno del nostro incontro in biblioteca, ai Massive Attack, dai Jamiroquai ai Pearl Jam, passando per Bach, Alanis Morissette, i Rem, Wilson Pickett, i Police e Carlos Santana. Mi bastò poco per capire che in macchina avresti anche potuto fare a meno del volante, ma non dello stereo.
Arrivammo alla festa e raggiungemmo gli altri, che nel frattempo si erano messi a mangiare. Era rimasta una sola sedia libera così provai a sedermi su un muretto dietro al nostro tavolo, ma mi bloccasti: «No, aspetta, non sederti lì. È pieno di cicche masticate». Furono le uniche parole che mi rivolgesti in tutta la serata. Poi vedesti Andrea e vi fagocitaste a vicenda coi vostri discorsi da ingegneri. Al ritorno si creò un bel clima fra noi, forse perché finsi di condividere il tuo rammarico per il fatto che in Italia non fossimo ancora pronti a un certo tipo di avanguardia musicale. Sarei stata disposta a darti ragione su qualunque argomento, purché quel giro in macchina non finisse mai. Invece, a un certo punto, quel giro finì. Ero arrivata a casa.
Sapevo di trovarmi al punto in cui, prima di me, milioni e milioni di donne si erano trovate dall’inizio dei tempi. Sapevo di trovarmi al punto in cui lui mi avrebbe guardato negli occhi e non mi avrebbe lasciato salire in casa senza avermi baciato. Lo sapevo. Era la stessa sensazione che doveva aver provato Giuseppina scendendo per la prima volta dalla carrozza di Napoleone, o Cleopatra dalla biga di Antonio. Una trepidante certezza. Perciò non mi stupii quando, aprendo la portiera, sentii la tua mano afferrarmi il braccio e la tua voce sussurrare il mio nome. Era arrivato il momento, quel momento. Mi voltai a guardarti. Non potevi farmi scendere dalla macchina. Non senza avermi chiesto: «Susanna… ma che cos’hai attaccato al sedere?». Una cosa invidierò sempre a Giuseppina e a Cleopatra: ai loro tempi non esistevano le gomme da masticare.

L’incidente di quel chewing gum appiccicato ai miei pantaloni (e per colpa mia anche a uno dei sedili della tua macchina) mi gettò in uno stato di prostrazione senza precedenti. I giorni successivi a quella serata maturai la convinzione che fra noi due non fosse proprio destino, non solo perché tutte le volte che facevo un tentativo per avvicinarmi a te, qualcosa andava storto; ma anche perché di lì a pochi giorni te ne saresti andato al paesino di tua nonna. E non ti avrei visto per tutta l’estate.
Mia madre non chiese nulla, ma dovette intuire che ci fosse un ragazzo dietro al mio umore tombale. Si limitò a suggerirmi: «Vai un po’ dalla Benedetta». Benedetta in quel periodo era alle prese con lo svezzamento di Michele. Seguii il consiglio di mia madre. Una sera andai a cena a casa sua e anche suo marito Gabriele, appena rientrato dal lavoro, rimase ad assistere al racconto delle mie vicende sentimentali. Si meravigliò del mio recente scoraggiamento: «Certo che sono scoraggiata. Adesso passerà l’estate a Castagnola e a Deiva, dove ha tutti i suoi amici, e per tre mesi chi lo vede più? Non ci sarà proprio l’occasione…». Mi interruppe immediatamente: «Le occasioni vanno create. Quanto dista Sestri da Castagnola? Prendendo l’autostrada, non sono venti minuti di macchina? Se Maometto non va alla montagna…». No, trovavo che sarebbe stato troppo spudorato presentarmi a casa di tua nonna in quel modo. Ma se fossimo capitati in sei o sette alla spiaggia di Deiva dove andavi di solito…
Non ci misi molto a convincere gli altri. Qualcuno iniziò a dare segni di insofferenza quando proposi di andare a Deiva per la quarta domenica di fila, ma tutto sommato mi ressero il gioco, invitandoti anche a venire in campeggio con noi la settimana di Ferragosto. Il contesto della spiaggia mi aiutò a risollevare le mie sorti, e contribuì a smitizzare l’idea che mi ero fatta di te come di un bello e impossibile perché, vedendoti in costume, mi ricordai improvvisamente di quanto mi aveva detto Marco circa il tuo passato di bambino obeso. Un passato che, da buon falso magro che si sa vestire, eri riuscito abilmente a nascondere. Non starò qui a disquisire sul fatto che avessi la pancia e le gambe da donna, ma è indubbio che questi tuoi difetti mi diedero più fiducia in me stessa e nelle mie possibilità di piacerti. Eri carino, ma in fin dei conti neanche tu eri perfetto. E in più io avevo maturato una certezza, che mi aveva spinto a volerti incontrare proprio in spiaggia: che magari, al contrario di te, non mi sapevo vestire, che sicuramente non ero il tipo di ragazza che ferma il traffico, ma che io, al mare, in costume, facevo proprio la mia figura. Naturalmente ero andata a comprarmi un due pezzi nuovo, blu elettrico con il reggiseno a triangolo. E naturalmente ci ero andata con Teresa che, vedendomi uscire dal camerino, aveva commentato: «Fai veramente schifo». Quello in genere era un buon segnale. Aveva anche aggiunto che, a livello di fondoschiena, Jennifer Lopez mi faceva un baffo. Quando si lasciava prendere dall’entusiasmo straparlava. Non so se tu la pensassi come Teresa, ma quelle due o tre domeniche che casualmente capitammo nella tua spiaggia (alla fine avevo sposato il modo di interpretare il concetto di casualità di Teresa) notai che mi lanciasti una serie di occhiate piuttosto analitiche. Forse, da studente di Ingegneria qual eri, stavi appunto esaminando le varie misure e proporzioni del mio lato A e soprattutto del mio lato B. O forse, prima di farmi sedere sul tuo asciugamano, stavi cercando di assicurarti che al mio lato B non ci fosse più attaccato niente di appiccicoso e rimovibile solo a secco. Passammo delle belle domeniche, prendendo il sole e giocando a biglie insieme agli altri. E la quarta domenica ci invitasti tutti a pranzo.

Quattro, cinque chilometri di curve da Deiva ed eravamo a Castagnola. Una salita piuttosto dolce, per fortuna, e piuttosto breve, altra fortuna. Quella mattina in spiaggia avevo sentito, più delle altre volte, che fra di noi si era creata una certa sintonia, un’atmosfera romantica. E neanche sotto tortura avrei rovinato quell’atmosfera confessandoti che soffrivo di mal d’auto nelle curve in salita. Ma mi presi un bel rischio. Perché arrivai a casa di tua nonna con la faccia verde. E se prima di arrivare fosse successo l’irreparabile, questa volta i coprisedili della tua macchina non me l’avrebbero mai perdonato.
Il pranzo fu ottimo e le chiacchiere post-pranzo divertenti. L’aria era ferma, quel pomeriggio a Castagnola. Tua madre russava in cucina. E tutto, ma proprio tutto, era pace e quiete.

Diciotto giorni dopo eravamo in Trentino, e il clima goliardico che si instaurò fin dall’inizio mi preoccupò non poco. Sì perché, essendoti ormai più che inserito nella nostra compagnia, finivi sempre per essere al centro dell’attenzione, e nessuno si preoccupava più di lasciarci soli. Tu, poi, non te ne preoccupavi per niente. Il secondo giorno a Sesto, Dolomiti, dovetti prenderne atto: avevo sempre fatto tutto io. Io ero venuta a trovarti in ospedale, io ti avevo cercato a casa, io ti avevo chiesto un passaggio per la Festa delle Ciliegie, io ero capitata nella tua spiaggia per quattro domeniche consecutive. E tu? Tu non mi avevi mai chiamato. Non mi avevi neanche mai chiesto il numero di cellulare, anche se all’epoca non ce l’avevo, ma tu questo non potevi saperlo. E perché? Per l’unico, evidente motivo che trattiene un uomo dal provarci con una donna: la mancanza di interesse. Fu dura ammetterlo, ma averlo capito all’inizio della vacanza mi avrebbe almeno impedito di rovinarmi la settimana. Abbandonai ogni tentativo di conquista, e cercai di godermi quei giorni in montagna. E pensare che io odiavo il campeggio.
Come a volte succede, quando ci si arrende totalmente si spiazza l’avversario. E si vince. Non ero diventata acida, non avevo fatto la scorbutica o l’indifferente. Semplicemente, ti avevo lasciato perdere. Avevo pensato che Qualcuno sopra di noi non stesse remando nella direzione che avrei voluto io e, pur con molto dispiacere, mi ero messa l’anima in pace. Tanto era evidente che non ti piacevo. L’ultimo giorno andammo a trovare un amico che abitava a Pieve di Cadore, un ragazzo simpatico, e parlai con lui tutta la sera. Tornando in macchina verso il campeggio mi accorsi che avevi la faccia scura, e a tratti fissavi gli occhi nel vuoto come se ti fosse passato sopra un camion. Ricordo che pensai: «Dev’essere molto stanco». Invece non eri stanco. Eri geloso. Talmente tanto da far andare avanti tutti gli altri; talmente tanto da fermarti immusonito davanti all’entrata del campeggio; talmente tanto da non rivolgermi uno sguardo quando rimanemmo soli davanti all’unica staccionata che avrei ricordato per tutta la vita; talmente tanto da impedirmi di parlare quando provai a rompere quel silenzio così strano e così pesante. I ricordi un po’ si sfocano, si mescolano, si ingarbugliano, ma ho ancora nitide le tue parole, le ultime parole che dicesti prima che i nostri due percorsi accidentati diventassero un’unica, incredibile strada: «Stai un po’ zitta, per favore».
C’è un’altra ragione per cui, alla nostra storia, si applicherebbe molto bene uno di quei paragoni astronomici di Carlo: la sera che ci demmo il primo bacio c’era un cielo prepotentemente stellato, su quel campeggio. Uno di quei cieli che ti portano a pensare: ne avrò anche fatte di cavolate nella vita, ma quello che sto facendo adesso non lo è. Non lo è, perché altrimenti non ci sarebbero tutte quelle stelle, lì a guardarmi, perché altrimenti non mi sentirei così schifosamente felice.
Facemmo quello che fanno due persone che si baciano per la prima volta, e capiscono di piacersi: mettemmo le carte in tavola. Ci rivolgemmo le classiche domande: Ma a te quando è cominciata? Ah, da quella volta? No, a me un po’ dopo… e mi meravigliai di sentire che ricordavi esattamente la prima volta che mi avevi visto, davanti al negozio di mio padre. «È stato cinque o sei anni fa, credo… tu eri tornata dal mare e avevi buttato la tua bici per terra. Mamma mia, com’eri infuriata». Ricordavo anch’io quel giorno. Assistendo al dialogo con mio padre mi dicesti di aver pensato due cose, una su di me e l’altra su di lui. Quella su di me era stata: «Che caratteraccio, dev’essere una ragazza con dei problemi». Quella su mio padre era stata: «Che taccagno… ha un negozio di biciclette, una figlia con dei problemi e la manda in giro con quel catorcio».

Mi ricordai che eri uno puntuale, e decisi di scendere con dieci minuti di ritardo. Così, per farmi desiderare. Aprii il portone e mi trovai davanti il deserto dei tartari. Non eri ancora arrivato. Iniziai a pensare che quanto era successo l’ultima sera in montagna non avrebbe avuto un seguito. Non solo perché credevo di non piacerti abbastanza, ma anche per il motivo opposto. Era già capitato un paio di volte: mi ero presa una cotta per qualcuno che nemmeno mi guardava. Poi, quando ero stata ricambiata, immediatamente avevo perso ogni interesse. Niente più farfalle nella pancia, niente più agitazione prima di un’uscita. Non l’avevo fatto apposta, era stato più forte di me. Avevo anche provato a trascinare un rapporto, per qualche tempo. Ma già dall’inizio avevo capito che mi era passata del tutto.
Arrivasti. Entrai in macchina. Ti avvicinasti, appoggiando il braccio sinistro sul volante. Avevi una camicia blu scuro e profumavi di dopobarba. Ti diedi un bacio veloce a labbra chiuse, per salutarti. Sentii un tonfo allo stomaco. Bene, pensai. Molto bene. Ci fermammo a bere qualcosa in un localino, un posto un po’ rustico, dove andavi sempre con Marco.
Non mi sembrò un posto da primo appuntamento; se devo essere sincera, mi sarei aspettata qualcosa di più fine. Però mi piacque il fatto che mi avessi portato in un locale dove amavi andare di solito; era come farmi entrare nel tuo mondo. Non ricordo precisamente di cosa parlammo tutta la sera, ma ricordo come mi guardavi, tra il sorpreso e l’ammirato. Non che stessimo discutendo di chissà quali argomenti scientifici o filosofici; più che altro ci raccontammo dei nostri studi, dei nostri interessi. Facemmo una normale conversazione da ragazzi di vent’anni. Mi sembrò di aver detto anche molte banalità, in quelle due ore. Eppure mi guardavi, a un certo punto eri come trasognato. Mi domandai se stavi davvero ascoltando, o se facevi finta. «Lo sai… è veramente bello stare con una ragazza e poter parlare, finalmente. Poter parlare davvero». Quel finalmente mi stupì, considerando che non ero certo la prima con cui uscivi. Se solo quella sera con me eri riuscito ad avere una vera conversazione, mi chiesi che cosa avevi fatto per due anni con la tua ragazza di Deiva, o con quelle che c’erano state prima di lei. Ma preferii sorvolare. Mi riaccompagnasti a casa, e il bacio di saluto a fine serata non fu né veloce, né a labbra chiuse. Sentii un altro paio di tonfi allo stomaco e seppi che la mia pancia non mentiva, questa volta.
Ero innamorata.

Non fu un’estate diversa dalle altre, dal punto di vista climatico, turistico, storico o sociale, ma lo fu dal mio punto di vista. Quella sarebbe stata per sempre l’estate in cui ci eravamo messi insieme, l’estate in cui ero diventata la ragazza di Luigi, uno che probabilmente mi avrebbe frequentata per un mese, il tempo di realizzare che poteva avere di meglio. E quindi era giusto, quel mese, sfruttarselo fino alla fine. In casa si accorsero che uscivo tutte le sere.
«Ecco, il motivo è questo. Spero non abbiate niente in contrario». Decisi di raccontare come stavano le cose, a ventun anni trovavo infantile vedere qualcuno di nascosto. Mia madre disse che eri un bravo ragazzo, che per lei non c’erano problemi. Mio padre giocò la carta del finto disinteresse: «Sei tu che ci devi uscire, mica io». Che nel suo linguaggio voleva dire: «Anche per me va bene». E poi aggiunse la sua tipica frase: «Se ti fa sangue…». Perché mio padre ha sempre avuto le sue certezze su ciò che fa nascere in due persone la voglia di stare insieme. E non ha mai parlato di affinità elettive. Mia madre invece trovò giusto ammonirmi sui rischi di un’eccessiva attrazione fisica nel nostro rapporto: «La cosa più importante è che lui ti rispetti. Sai, adesso è poco che vi frequentate e non correte ancora il rischio di… ma dopo… insomma… prendendo più confidenza…». Capii immediatamente dove saremmo andate a parare. D’istinto avrei voluto risponderle che in ogni caso non sarebbe stato affar suo se col tempo avessimo preso più confidenza, come diceva lei. Ma quel tipo di risposta mi avrebbe tagliato i viveri per almeno una settimana. Non ero io a decidere i miei orari, vivevo ancora in casa loro, in fin dei conti. «E finché siete sotto il mio tetto ve ne state alle mie regole» avrebbe detto mio padre. Quindi mi limitai ad annuire. Il rispetto innanzitutto: se ci tenevi a me, mi avresti rispettato, quello era ovvio. Erano argomenti su cui mi sentivo anche molto d’accordo, a livello teorico. Il problema era metterli in pratica. Per qualche misteriosa ragione non avevo ancora infranto quel proposito timidamente espresso davanti alle mie attonite compagne del liceo. Ma l’aver scoperto, in quegli ultimi anni, che io non ero per i ragazzi ciò che per molto tempo avevo pensato di essere (e cioè un incrocio tra la figlia di Fantozzi e un frigorifero) mi aveva reso le cose molto difficili, sul fronte castità. Anche se qualcosa mi diceva che in quello tu avevi più esperienza di me.

La prima era stata una ragazza di Milano, fidanzata con un altro. Passava le vacanze a Deiva con i genitori e conosceva una della tua compagnia; quell’estate aveva iniziato a bazzicare la vostra spiaggia, a uscire col vostro gruppo di amici. Era successo la sera del 10 agosto, dopo la festa di San Lorenzo. Come ogni anno, a Castagnola, finita la processione c’era una specie di sagra; si mangiava all’aperto sul piazzale davanti alla chiesa. I giovani sistemavano i tavoli, oppure aiutavano a portare i fusti delle bevande, e alla fine ci si fermava per mettere a posto. Eravate rimasti da soli, a impilare le ultime sedie. C’era una specie di gazebo rettangolare adibito a cucina, con due o tre tavoli più grandi. Avevate cominciato a baciarvi. Un bacio tira l’altro e l’avevate fatto lì, fra i tavoli della sagra. Poco dopo avevi sentito passare un tuo amico in motorino.
«Non so se ci aveva visti. Io mi ero già rivestito».
Me lo raccontasti così, molto semplicemente, una sera. Non potei fare a meno di commentare: «Però, proprio una scenetta romantica». Cercai di essere pungente, mi aveva fatto ingelosire quella storia della milanese.
«Beh, sai, lì sul momento… con certe ragazze funziona così. Con te è diverso, è ovvio». La presi nell’unico modo in cui non avrei dovuto prenderla: male. Cominciai a farti una specie di interrogatorio. Cosa intendevi dire con quel «con te è diverso»? Che ce la facevi benissimo a controllarti? E perché? Ah, ma non c’era bisogno di rispondere. L’avevo capito da sola. Tutto quel tempo a parlare, tutto quel tempo a dirmi come sei intelligente. Mai una volta che mi avessi detto come sei bella. Lo sapevo che eri sempre uscito con delle strafighe, ma io non ero da buttare via, tanto perché lo sapessi. Avevo avuto anch’io i miei estimatori. E solo perché non mi vestivo come una cubista non significava che non fossi attraente. E comunque non eri obbligato a stare con me, se non ti piacevo. Avremmo anche potuto essere solo amici. Per me andava benissimo.
Mi guardavi come si guarda uno scappato dal manicomio. Abbozzasti una linea di difesa: «Ma no, Susi, non intendevo dire che non mi piaci. Con te è diverso perché io… io ti…». Smisi di respirare per qualche secondo. Stavi per dirmi ti amo? Eravamo già a questo punto? Allora un po’ dovevo piacerti. Sì, stavi per dirlo. Ma sembravi non trovare le parole giuste.
«Vedi… io ti…».
E dillo che mi ami, dillo. Così poi te lo dico anch’io. Ma non voglio dirlo per prima.
«… io ti rispetto, Susi».
Rimasi un attimo in silenzio. Forse non avevo sentito bene. Ma sì, avevo sentito: non avevi detto ti amo. Eravamo in macchina. Mi voltai verso il finestrino, girandoti le spalle. Ma che cavolo di risposta era io ti rispetto? Il rispetto si dà ai genitori, a una sorella. La serata stava prendendo una brutta piega.
«Susi… tu vai in chiesa, vai in comunità, sei una ragazza cristiana… ma ci credi alla castità prematrimoniale?». Lo dicesti con il tono di chi chiede una cosa ovvia. «Beh… certo che ci credo, che domande. Non dico che voglio farlo prima del matrimonio. Però, insomma… in tutta sincerità, a volte mi sembra di stare con un frate trappista, Luigi. C’è una bella differenza tra farlo prima del matrimonio e quello che facciamo, anzi, che non facciamo noi due».
Il tuo silenzio diede ancora più risalto alle mie ultime parole. Mi sentii improvvisamente stupida e superficiale. Stavo per aggiungere qualcosa, ma non me ne desti il tempo: «Ma non lo capisci? Io voglio fare l’amore con la donna che sarà mia moglie. Non ho più voglia di fare sesso con le ragazze. Ho passato anni a pensare che la castità fosse una cosa da frustrati e ho provato che cosa vuol dire non essere casto. Non ero felice, Susi. Forse all’inizio. Ma dopo non più. E non c’entrava chi era lei, o se ne ero innamorato. Adesso voglio aspettare il matrimonio. E se sarai tu la donna che sposerò, sarò ben contento di farlo con te, credimi».
Mi girai dalla tua parte, ti guardai. Eri sincero in modo disarmante. Mi finsi ancora un po’ offesa, ma dovetti convenire che forse, tutto sommato, potevi anche aver ragione.
Non riuscivo a capire se eravamo incredibilmente stupidi o incredibilmente saggi, ma passammo il resto della serata raccontandoci barzellette.
E fu bellissimo

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